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martedì 12 ottobre 2010

Patemi



Il bello è che di questi 23 anni ne ho seguiti quasi 15.

giovedì 3 giugno 2010

I was Lost, too.



Non sarà l'ennesima celebrazione e spiegazione del perchè Lost è bello, innovativo, ecc.ecc.
Sarà la celebrazione e spiegazione del perchè A ME Lost ha cambiato, nel suo piccolo, la vita. Chi legga stia attento: anche se vi ho fatto attenzione, qualche spoiler potrebbe essere sfuggito.

Io sono uno a cui è sempre piaciuto sognare. Inventarsi nuovi mondi, fantasticare, impersonare personaggi. E direte: quando si è bambini si è tutti così. Non è vero, fidatevi. Ma io sono sempre riuscito ad attaccare alle persone che avevo intorno le mie manie (i fumetti, i film fantastico-avventurosi, ecc), o meglio, la voglia di fantasticare. Non del tutto, certo: ognuno ha i propri interessi. Però, per un certo periodo, avevo "nerdizzato" mezza scuola.
Ad un certo punto, però, giunse il tempo di crescere. Gli altri, piano piano, abbandonarono i miei interessi e si dedicarono ai loro (giustamente). Dall'alto mi venne imposto di non occuparmi più di certe frivole questioni, ma di cose 'da ragazzi'. Banalmente: venni obbligato a non leggere più i fumetti Disney e ad interessarmi ad altre cose (calcio, macchine modificate, alcol, figa... fate voi). Attenzione: non sto dicendo che sia sbagliato interessarsi a quelle cose, anzi, ad alcune ero già interessato (indovinate quale), ad altre mi sarei interessato comunque - come poi è accaduto -(calcio), ad altre no (auto) - non si può essere tutti uguali -; il punto è che a me venne imposto. Non so voi, ma io non ho mai sopportato le imposizioni, di qualunque tipo. E infatti continuai a leggere fumetti Disney di nascosto per un annetto e mezzo, salvo poi stufarmi per conto mio (era l'era Muci). Anche perché avevo cominciato con alcuni Bonelli, che mi prendevano di più. Quindi, bastava attendere. Ma non è facile far capire certe cose a certe persone.
Comunque, man mano che passava il tempo mi accorsi che la vecchia compagnia (o almeno, quella che io reputavo tale), la quale aveva deciso di proseguire altre strade, non mi si filava più. Col senno di poi, non aveva tutti i torti: ero abbastanza idiota, all'epoca. Ero un piccolo Nemesis, un piccolo Fumo Nero che rompeva le scatole a tutti con le sue ossessioni bambinesche.
Cominciò così il secondo periodo della mia vita. Ero sempre un piccolo MIB, ma stavolta non volevo commettere lo stesso errore. Sicché, anziché "nerdizzare" gli altri, mi feci "nerdizzare" da loro. Mi appassionai, come detto, al calcio, alle ubriacature (anche se ero astemio), ad altre cose di cui in realtà non m'importava granché, ma non volevo rimanere nuovamente solo.
Ovviamente, quando ero riuscito a ritrovare una vaga serenità, fui obbligato a cambiare compagnia e a ricominciare tutto da capo. A questo periodo risalgono gli insulti razziali; le mie stupide reazioni servite solo a prolungare l'agonia; le mie amicizie con persone che, in condizioni "normali" avrei probabilmente (e forse ingiustamente) detestato, in quanto antitetiche a me; ecc ecc. altre cose poco interessanti. Sta di fatto che, alla fine, con atteggiamenti più equilibrati anche da parte mia, anche quella fase si concluse abbastanza tranquillamente.
Era il 2006, l'anno della maturità (scolastica, non mentale). Con qualche settimana di ritardo, scoprii che il 22 Settembre del 2004 un aereo si era schiantato su un'isola deserta. A bordo, 349 passeggeri, in gran parte morti nell'impatto. Alcuni, però, erano sopravvissuti e si stavano preparando a vivere delle avventure in quel luogo misterioso. Ciascuna di queste persone era lost, era perduta, sola, si lasciava alle spalle una vita da pesce fuor d'acqua, e ora pareva aver trovato il mare in cui sguazzare. Io, che da anni mi sentivo un pesce non solo fuor d'acqua, ma già spinato e pronto per la cottura, non potevo che immedesimarmi con ognuno di quei personaggi.
E pian piano, come Jack, John, Kate, James, Jin, Sun, Sayid e altri ancora, cominciai ad aprire (o a RI-aprire) un po' i miei orizzonti, a conoscere nuove persone, a riscoprire il piacere di condividere interessi comuni (veri, non forzati) con esse. Potei farlo solo tramite internet, purtroppo, ma andava bene lo stesso. Sì,ok, il resto della mia vita andava avanti nella monotonia dell'università, con tante conoscenze e zero amicizie vere, tanta superficialità e zero condivisioni. Ma non importava, perché tanto ogni giorno sapevo che c'erano quegli individui virtuali, pronti a parlare di ciò che più mi interessava (che non era solo il telefilm, sia chiaro, non vorrei che ci prendeste per pazzi; quello era solo un pretesto per "stare insieme" e condividere tante altre cose).
Dato che - per una qualche imperscrutabile regola che muove l'universo - io non posso essere sereno troppo a lungo, anche questo periodo tuttosommato felice cominciò a volgere al termine: Lost iniziava a scontentare tanti - ma non noi pochi -, alcuni mollarono, altri magari no ma non condividerono più. Per farla breve, sennò domani stiamo ancora qui: provai a ricostruirmi un'esistenza per conto mio; per un po' mi sembrava di esserci riuscito; non è stato così, da lì tutti i nefasti ultimi mesi.
Diventare "man of faith" dopo essere stati "man of science" è dura.

Bene. Cosa volevo dire con questo triste e smarronevole excursus sulla mia mesta esistenza?
Beh, ora Lost è finito. E guardando quel finale, mi sono accorto della mia condizione di Fumo Nero, che vuole attaccarsi ad ogni cosa, pur di andarsene e non rimanere più solo. Arrivando a commettere gesti insani pur di ottenere i suoi scopi.
Oggi mi piace pensare che questi ultimi anni trascorsi insieme ai superstiti del volo Oceanic 815, agli Altri, ai boaties, siano stati, proprio come accaduto a loro, il mio limbo fra la vita scialba vissuta prima del crash e quella nuova che attende oltre la luce di essere goduta appieno, in serenità.
Per questo motivo ho deciso di cambiare atteggiamento, di seguire il consiglio di Jacob ("è solo una riga di gesso su una parete", ossia, "ma che problemi ti fai?") e, soprattutto, di un altro personaggio che non cito in quanto mi dichiaro nemico degli spoiler stile Tgcom e TvTalk. Da oggi (da due giorni fa), ogni volta che mi sembrerà di stare per commettere i soliti errori, ripenserò a quelle parole: "fattene una ragione, e vai avanti".
Ci riuscirò? Mah. Come ho detto, mi piace sognare. Fatevene una ragione, e andate avanti pure voi.
Ecco perchè Lost mi ha cambiato, nel suo piccolo, la vita e perchè ne farà sempre parte. Non perchè in queste sei stagioni ho riso, ho pianto, mi sono impaurito, incazzato, intristito, esaltato, scervellato su mille teorie, realistiche o assurde che fossero (in una parola: divertito). Ma perchè anch'io, come Jack, John, Kate, James e gli altri ero, inconsapevolmente, Lost.


E ora un commentino serio. Durante gli ultimi minuti di Lost ho pianto. Dopo mi sono fatto una grossa risata (chi ha seguito può capire perché).
Ora impugno la mia penna verde con scritto "I'm Lost", e chissà che accadrà.


Avevo promesso che non l'avrei fatto, ma non resisto. Ecco perché Lost è bello:

domenica 2 maggio 2010

Perdita di fiato


















Questo famoso racconto di Edgar Allan Brod detto Max, uno dei miei preferiti, ha come protagonista il signor Maxbreathe (giogo di parole per "Massimo respiro"), il quale, in seguito ad alterne vicissitudini sentimentali, si è chiuso sempre più in sé stesso, fino a non rivolgere la parola a chicchessia, se non per dire cose ordinarie o poco interessanti (il sig. Maxbreathe, difatti, è convinto che prima possedesse un eloquio irresistibilmente denso di contenuti. Noi sappiamo che non era così). Passato, però, un certo numero di mesi, il sig.Maxbreathe si accorge di non essere più in grado di sostenere cotale situazione. Pur non avendo mai del tutto perso la sua verve ironica (spesso inacidita in un più congruo sarcasmo), l'unica sua distrazione, tra un mugugno e un altro, era stata quella di leggere romanzi ed assistere a spettacoli in forma privata, per poi commentare, insieme ad uno o due circoli non troppo estesi di appassionati veraci (come lo era lui), in 'fori' predisposti a tale uso, le incongruenze e/o le geniali trovate che quegli svaghi gli concedevano (in particolar modo, le dispense settimanali avevano su di lui un fascino morboso). Tuttavia, era perfettamente consapevole che la maggioranza degli individui che popolano la Terra non era avvezza a passatempi di quel genere, e ora si rendeva conto che era giunto il momento - pur senza rinunciare a letture, visioni e riflessioni, che il suo animo bisognava di novità, di ricominciare - per dirla in maniera brutale - a fare anche altro.
Sicché il Nostro riprende ad aggiornare il suo diario, si sforza di non bollare l'intero genere umano come negativo, ma la sua missione di updating (come la chiameremmo oggi) allarga le sue maglie anche al suo corpo fisico: pertanto, il sig. Maxbreathe opta per svolgere dell'attività sportiva.


Il si.Maxbreathe, ovviamente, non ha MAI svolto attività fisica secondo modalità precise e continuative, ma altresì rammenta di non essere MAI stato, nei tempi dell'innocenza, una nullità, anzi. Pur senza l'allenamento di cui altri elementi erano dotati, riusciva a non sfigurare del tutto.
Purtroppo (è chiaro l'intento ironico del Brod) il sig.Maxbreathe era stato costretto a cessare l'attività del suo corpo in favore di quella del suo intelletto, cresciuto a dismisura (sempre secondo sua convinzione) man mano che il primo si sviliva. Ma il sig.Maxbreathe è deciso: subdolamente fa sì che un suo vicino di casa lo inviti ad accompagnarlo nella sua minimaratona, e il giorno dopo tutto è pronto.


E' una domenica di inizio primavera, leggermente piovosa. Un 2 Maggio, se non erro. Il sig.Maxbreathe, dopo secoli di inattività, va a correre. Comincia lentamente, adagio, seguendo passo passo il suo ospite, da bravo bracchetto. Incredibilmente, le sue gambe reggono. Ma la gioia è effimera. Dopo qualche metrata, ecco la svolta: d'improvviso si accorge che non ha più il fiato. "Com'è possibile?" si domanda. "Ho percorso solo pochi metri". Eppure, nonostante i suoi arti inferiori si dimostrino migliori di quanto immaginasse, sebbene il Nostro riesca a proseguire nella sua impresa, dissimulando tranquillità col vicino, il fiato manca.

Un turbinio di allucinazioni comincia a percuotergli il cefalo: il povero sig.Maxbreathe, nella scomposta beatitudine della sua marcia trionfante, assiste alla sua morte, dovuta ad un improvviso colpo apoplettico sulla pista velocipedabile; osserva, sconsolato, un dimenticato funerale a cui non avrebbe mai voluto presenziare, ed alla sua sepoltura; infine, come un supplizio che pare non avere mai termine, sbigottisce dinanzi alla resurrezione del suo corpo mortale, condannato a correre quel selciato ab aeterno, al fianco di almeno mille maratoneti provetti (fra cui il suo accompagnatore), spartitisi il suo fiato.
Al ché il sig.Maxbreathe non rimane che la carta dello scherzo: "Potrebbe andare peggio di così?" "Beh, potrebbe piovere" si risponde. Uno scroscio improvviso lo annacqua.


Di soprassalto, il sig.Maxbreathe si scuote e parte al galoppo verso la sua magione. Non è stanco, ma non si capacita della sua perdita di fiato. Si reca, così, in alcuni luoghi, siti in cui consultare testi di sicura affidabilità. Ivi gli vengono poste alcune domande, a cui risponde convintamente. Questo test (chiamiamolo così) gli rivela il motivo della sua perdita di fiato: il sig.Maxbreathe ha un'età psicologica pari al doppio della sua età cronologica.
Colpo di scena: per il lettore (me per primo), una perdita di fiato.

lunedì 8 marzo 2010

Ode alla donna

Si pensa che le donne
siano complicate.
Che siano giovani o nonne,
voi non le ascoltate.

Se non fai lor la corte
sbuffano, annoiate.
Se tendi mani morte
ti tiran scudisciate.

Se le guardi storte,
non chiedono "perchè?".
Se dici "siete contorte"
si offendono, e vabbè.

Sentenzi: "tu sei bella".
Ridono di te.
"Assomigli a mia sorella".
Qui chiedono il perchè.

"Perchè sei intelligente"?
E dicono che non è ver.
"Sei spiritosa e divertente"!
"Sono ridicola, ohimè!"

"Ma no, sei carina e affascinante"
e ti prendono per uno scém.
"Guarda che dico veramente."
"Mmm..s'è fatto tardi! Che ora è?"

E mentre lei, pian pian, va via,
ripensi al detto e al non detto..
"Mia sorella??? Santa Rosalia,
metterò la testa in un sacchetto!"


Con l'amiche mai provarci,
finisce tutto a catasfascio.
Certo, è bello un po' pensarci,
e poi tutta l'erba non è un fascio.

Per cui, se proprio la si ama,
meglio dirglielo con calma.
Poi se vedi che non chiama
puoi preparare la tua salma.

Se ti racconta cosa fa
il week-end con le amiche,
e del luogo dove andrà
insieme a Gutierrez Iche,

se narrarti del suo lavoro
e degli studi suoi l'appaga,
puoi buttar via il pezzo d'oro,
ormai è chiaro: non ti caga.


Se ti chiede "cosa fai?",
nascondi subito i fumetti.
E' vero che non si sa mai,
ma il più spesso siete fritti.

Bisogna essere sportivi,
avere muscoli e cultura,
conoscer musica e detersivi,
senza macchia né paura.

E' meglio, poi, che siate geni
almeno in una disciplina;
che siate seri e assai carini,
e un poco stronzi e biricchini.

Non deve poi mancare l'estro,
fondamentale in un rapporto:
se lei si annoia, pòi fà er ministro,
ma sei comunque tu nel torto.


E guai ad essere un secchione,
a quello pensano già loro;
guai ad essere un cialtrone,
servon macchina e lavoro.

Guai a far lo sdolcinato,
che poi passi per il Moccia;
guai a far lo svergognato,
il volgare a loro scoccia.

Guai a dirle "fai attenzione",
pensano che sei un mattone.
Guai a dire "è pesante?"
che diventi petulante.

Guai a non dare una mano,
a non tenerle pesi e cose.
Guai a stare sul divano,
se non porti mai due rose.


"Ma perchè fare questa vita,
se posso starmene tranquillo,
a veder la mia partita
coccolando il gatto Lillo?"

"Perchè sopportare lunatismi,
gelosie e batticuori,
e gli inutili allarmismi
tipo 'hai scordato i pomodori!'?"

Ma perchè sì, orsù, è ovvio,
senza donne che facciamo?
a chi lo ripetiamo l'ovvio?
le curve a chi le ammiriamo?

Senza donna l'uom non serve,
e questo più non si contesta.
Ma senza om la donna perde,
anche questo entri in testa.


Per cui viva gay e transgender,
ed i cavalli ed i nani,
ma io grido: Love me tender,
mia maDonna, bacio le mani.

martedì 25 agosto 2009

Dunque, sfigato lo sono già..ora mi manca solo un camion giallo, e anch'io sarò felice














Keith è un ragazzo particolare. Non socializza molto, trascorre tutte le sue giornate insieme al suo unico amico, un camion giallo sgangherato. Già da questo si capisce che Keith è una persona strana, un po' come quelli che trascorrono le loro giornate a parlare di fumetti su internet. Però Keith non è un decerebrato, è un ragazzo intelligente, sveglio, maturo, ma che ama divertirsi. Divertirsi davvero.
Non come fa Natalie. Lei è una ragazza con la testa sulle spalle (altrimenti sarebbe stata morta, credo, o un fantasma): fa i compiti, studia e prende sempre bei voti, spettegola con le amiche, le piacciono i cantanti giovani con i capelli sulla fronte, va d'accordo con mamma e papà, e la sera va alle feste (negli USA c'è una festa ogni sera) col suo rampante ed esotico ragazzo. Insomma, Natalie fa la vita che tutti vorrebbero fare (anche quelli che dopo i 20 anni leggono ancora i fumetti, of course).

Keith e Natalie si ritrovano a collaborare per un progetto di chimica (negli USA quando fanno queste cose tutti si divertono sempre, da me era tanto se non ci avvelenevamo l'uno con l'altro), cosicchè lei deve sopportarsi tutte le stramberie del ragazzo. Stramberie che, però, la divertono. Persino più della festa serale. Se ne accorge piano piano, così come pian piano scopre le qualità del giovane (anche perchè è Jesse McCartney, le qualità non le tiene certo nascoste).
Il film non fa dell'originalità dell'idea la sua forza: ed ecco, quindi, che i due si innamorano l'uno dell'altra, ma non se lo dicono.

E' giusto così. Perchè dichiararsi, quando si può stare zitti e soffrire entrambi? Lo diceva anche il Poeta, "Amor, ch'al cor gentil rempaira sempre amore": basta questo. Le parole sono superflue.

Perchè Keith è un film che non ha bisogno di parole. No, nemmeno di queste. E nemmeno delle tue, se è per questo. L'emozione che viene trasmessa allo spettatore è talmente forte che, mentr'egli assiste alla distruzione, da parte di Natalie, della propria vita, i contorni dei suoi occhi non possono che farsi indefiniti, come nei cartoni giapponesi.
La forza dell'Amore. Keith e Natalie sono le due metà della medesima mela. E così, quando queste metà arrivano a congiungersi carnalmente, le pupille dello spettatore non possono non farsi luccicanti, alla vista di quell'amore finalmente portato alla luce. Senza parole, com'è giusto, solo con il calore del corpo. (Probabilmente il luccichìo degli occhi è dovuto anche a un moto di invidia verso i due copulanti, oltre che all'empatia nei confronti dei due giovani: ma ciò è valido solo se gli occhi appartengono a uno di quei ventenni di cui dicevamo sopra).

Può funzionare davvero, una storia simile? Nella realtà ciò non accadrebbe mai. Nel film, neppure. Si dice che il cinema è finzione. Ma Keith non è cinema, è la realtà trasposta su pellicola, è il mondo davanti alla cinepresa. Siete voi, sono io, siamo tutti noi (io volevo fare quello che va alle feste, ma il ruolo era già occupato).
Non vi anticipo il colpo di scena, ma sappiate che Keith è malato e morirà di lì a breve. Non è forse questo il destino che attende tutti noi? Sì, ma non così presto. La vera morte, qui, è la morte della morte. La morte della morte della morte, esatto. Ecco il vero insegnamento che ci viene qui offerto: l'Amore trionfa su tutto, sempre.

Però Jesse McCartney muore, e io godo. Tiè.*


*
Spiegazione: Nella mia vita di accanito cinefilo, ho pianto solo con un film, ET. Ed è accaduto solo perchè avevo 4 o 5 anni, e a quell'età non potevo accettare che il bambino e l'alieno si fossero detti addio (a dire il vero, non lo accetto tutt'ora, ma è un altro discorso). Però io sono uno di quelli che con i film sentimentali si commuovono sempre. Motivo per cui cerco di evitarli il più possibile, giacchè ho una maschera da imperturbabile macho da difendere. C'è, però, una persona a cui tengo molto (solito eufemismo) che, per qualche imperscrutabile ragione, è una fan di Jesse McCartney e di questo film, sicchè sono stato spinto a guardare ambedue: il primo (Jesse) per studiarne le mosse e capire come mai attragga quella persona più del sottoscritto (credo che sia per via del camion giallo), il secondo - il film - perchè ero solo in casa e potevo permettermi, nell'eventualità, di commuovermi a mio piacimento (come poi è accaduto). E se mi commuovo, significa che il film mi è piaciuto. Lo so, Morandini mi fa un baffo, mi fa.

martedì 21 aprile 2009

Pillole di letteratura: Agostino di Moravia

C'è un bimbo, Agostino, che, come tutti i bambini in età scolare (lui però non va a scuola), è molto preso dalle fanciulle, con la differenza - rispetto ai bambini normali - che lui ama sua madre.
Sua madre è una donna, a volte bionda, a volte bruna, dai capelli lisci, lunghi, ricci e increspati al tempo stesso. Moravia non lo spiega, in quanto vuole che il lettore, identificandosi con Agostino, idealizzi la giovine e al contempo già matura donna.
Il padre non c'è, se ne è andato. Cosicchè Agostino e la madre trascorrono intere giornate prendendo il sole al mare; alle cinque del pomeriggio, una bella remata in barca e un bagno al largo (ma non troppo al largo, stesso concetto di prima), per ristorarsi dalle fatiche della giornata.
Un dì arriva un giovane, chiamato "il giovane" (Moravia è incredibilmente sintetico) che, pur facendo lo gnorri, ci prova con la madre. Agostino è disperato, si tormenta, addirittura un giorno verrà escluso dalla gitarella in barca. Col cuore spezzato, Agostino fugge nottetempo (benchè sia giorno, vedi sopra) per la rena, finchè incappa in una baby-gang. Qui viene accolto favorevolmente, e - dato che i bulletti sono tutti più grandi di lui di ben due,tre anni e le cose le hanno vissute - viene "iniziato" ai grandi misteri della vita: il fumo, il sesso, le scazzottate, gli scherzi, la pedofilia.
Agostino è finalmente felice, ma è triste (al solito): è felice perchè ha degli amici (o meglio, perchè qualcuno lo prende in considerazione), ma è triste perchè la mamma è più disinibita di quanto egli pensasse.
Nel frattempo, il tempo scorre inesorabile (il romanzo copre un arco di 3,4 giorni della vita di Agostino): Agostino fa un bagnetto coi suoi amichetti, sotto l'occhio vigile dell'amico pedofilo, e si sollazzano: tutti ignudi, i bimbi sperimentano anzitempo cose da maschi, e si toccano, si guardano, si prendono a pugni, ecc. Agostino è più in là che guarda, sennò si bagna (ma poi si tufferà anch'egli nello scabroso gioco). Esausto, il gruppetto conclude la divertente giornata ingollando vino e aspirando fumo. Tutto sembra andare per il meglio, ma Agostino, forse perchè viene sempre escluso da tutto (è lui che s'autoinvita alle scorribande, infatti); forse perchè gl'insultano il padre; forse perchè, quando gli hanno esposto la loro opinione sul presunto lavoro di sua madre, ha temuto che c'avessero azzeccato; forse perchè uno di loro, "il negro", gli sta sulle balle (niente di personale, ma è negro..!); insomma, fatto sta che Agostino non vuole più vederli. Allora decide di non uscire più di casa. Ma lì c'è sua madre, e lui non può vedere sua madre, perchè sennò soffre. Dunque, ri-scappa sulla spiaggia. Però non vuole incontrare i bulletti. Allora sta a casa. Ma lì c'è sua madre. Indi va in spiaggia. Ma ci sono i bulli. A casa. La madre. In spiaggia. I bulli. Casa. Spiaggia. Casa, spiaggia, casa, spiaggia....
Il libro va avanti così per un po', fin quando Moravia, con un colpo di scena da consumato giallista, stravolge quando detto sinora.
Agostino vede la madre baciare il giovane: dunque ella era davvero una poco di buono!
Ferito nell'orgoglio, il piccolo pensa di mettere in atto il diabolico piano progettato il giorno prima: aveva incontrato il "boss" della baby-gang, e aveva accettato di prendere una tazza di tè dalle eleganti signorine che soggiornavano in una mirabile villa lì nei dintorni.
La clausola dell'accordo prevedeva, però, che fosse Agostino a procurare i soldi per l'ingresso al bordello; sicchè il poveretto doveva ora rompere il salvadanaio. Pur con qualche titubanza, lo fa, ma ovviamente i soldi non bastano. Mille idee baluginano nella sua ormai corrotta mente: rubarli dal portafogli della madre? sottrarglieli mentre lei è fuori casa? prenderli quando non lo vede?
Cosa fare? Agostino va dalla madre e glieli chiede, con l'astuta scusa di dover acquistare un libro.
Poi, nottetempo (stavolta è vero), si reca, non visto, al bordello, da i soldi al suo amico, e si prepara a vedere tante donzelle svestite. Una donnona brutta e cattiva fa entrare il suo amico, ma lui no. Agostino è troppo piccolo. Vieppiù due uomini - frequenti visitatori del locale - lo sbeffeggiano.
Agostino, allora, s'inerpica sul davanzale, osserva con attenzione e, finalmente, riesce a coronare il suo sogno: la donna ha due tette di fuori!
Agostino può tornare a casa. Del tradimento dell'amico, dei soldi persi, della serata andata a facili donne (almeno lei) non gliene importa niente. Di sua madre nemmeno, che andasse al diavolo.
Poi vede la madre: non è lei, ma assomiglia - nei modi di fare, nelle vesti.. - alla prostituta del bordello.
Agostino ricomincia a farsi un mucchio di pare.