giovedì 19 agosto 2010

La Bustina di Malerba. 4 : Come non tifare Italia e uscirne vivi; Fumetti e treno (di GGP)

Lo scritto che vi viene (ri)proposto oggi mi attirerà le ire di almeno i due terzi della popolazione. Onde, siccome suole, ad ornare mi appresto, allegando l'unico pezzo di questa rubrica non scritto da me; è opera di un caro compagno di avventure, ed è dotato pur'egli di mente fervida. Lo ringraziamo per la gentile concessione.


COME NON TIFARE ITALIA E USCIRNE VIVI

Sapete, ci vuole un grande sforzo, sia fisico che mentale, per riuscire ad uscire vivi da una partita della Nazionale vista insieme ad amici e parenti, se si odia la Nazionale stessa (che, fra le altre cose, è la propria).
Passi per la squadra di club, ma andare contro la Nazionale di calcio è come commettere Alto Tradimento verso lo Stato per gli amanti del Bel Paese.
Come districarsi dalla buffa situazione?
Ci sono vari metodi:


1-stare zitti. Tacere per tutta la durata dell'incontro non è solo un ottimo palliativo, ma aiuta a distrarsi perchè si verrà inevitabilmente portati a pensare ad altro. Il pericolo è costituito da coloro che chiedono conferma ai loro pareri: "Ahò, ma quello era fallo! Giusto, Max?". In quel caso state pronti a risvegliarvi dal torpore cerebrale e dite sempre di sì, a qualunque cosa si riferiscano.


2-rigirare le idee dell'Altro. Il metodo consiste nel manifestare il proprio pensiero non esprimendolo apertamente, ma rivoltando il pensiero del tifoso avversario mentre egli è impegnato a seguire l'azione successiva:
"Ma crispi, ma questo qua era rigore grande come una casa!", dirà lui. Quindi l'azione riprende e prosegue; a tal punto, voi vi infilate, quatti quatti: "Sì, ma senti...tornando a prima, secondo me non era proprio 'sto gran rigore... no, direi proprio di no".
In tal modo l'utente assorbirà il vostro commento e lo memorizzerà, ma sarà troppo concentrato sul pallone perso da Ambrosini per leggerlo; ma voi avrete la coscienza a posto.


3-fingete di tifare Italia. Questo metodo sarebbe da sconsigliare in quanto palesemente disonesto, ma, in casi particolarmente perigliosi, è possibile alleviare la pena indossando la tenuta da Tifoso Italiano (tuta, sciarpa, maglia e amenità del genere). Consiste nell'accomodarsi su una sedia ponendo le mani sotto un tavolo - che deve essere, mi raccomando, piuttosto ampio - e, in caso di gol dell'avversario dell'Italia, nell'imprecare vistosamente: nella baraonda generata dall'insieme di insulti (per non dire di peggio), potrete tranquillamente esultare a pugno chiuso sottobanco per un po' di minuti, fino a che la palla non torna a centrocampo.

4-fate domande e commentate costantemente. Un buon metodo è anche quello di esprimere un proprio commento-lamentela su ogni argomento sul quale sapete già che gli altri concordano. Nel caso della Nazionale italiana, specialmente se trasmessa da RaiUno, potete sbizzarrirvi; eccone un piccolo campione da sfoderare al momento opportuno:
"Ehi, certo che Civoli ha proprio una voce antipatica"
"Cavolo, ma Capello doveva far l'allenatore, mica star qua che, tra l'altro, si piglia una valanga di soldi per dire due fesserie"
"Uff! Ma quanti minispot fanno?"
"Oh, ma certo che la maglietta bianca è proprio brutta!"
"Oh, ma se piove, il campo è bagnato!"
"Oh, ma un altro minispot?!?"
"Eh però Zambrotta oramai non è più quello di una volta"
"Guardate lo stadio com'è pieno!!"
"Ehi, volete due patatine?"
"Eh certo che col digitale terrestre si vede meglio che senza"
"Cavoli! Ma siamo già al 36°?"
"Ma quando danno la linea a Carlo Paris? Che ci sta a fare se non lo fanno mai parlare?"
"Certo che Donadoni è proprio un raccomandato"
"Io cambierei" x "con" y
"Io farei entrare" x
"Uè, dopo la partita fanno Arma Letale 2! Bello! A voi piace?"

Questi sono solo alcuni dei metodi utilizzati dai tifosi di calcio anti-Italiani che hanno la faccia tosta (o la sventura) di risiedere in Italia.
Ma, a quanto pare, ne sono rimasti pochi.

Nel caso, io non vi ho detto niente, eh?

(2007)


FUMETTI E TRENO (di GGP)

Il treno è una manna per l'appassionato di fumetti. La tratta Padova - Venezia è perfetta. Percorsa su un treno interregionale dura esattamente il tempo necessario per leggere un comune albo di formato bonelliano, mentre se avete da leggere uno speciale o un albo di lunghezza simile è consigliabile prendere un regionale. Se invece dovete leggere un gigante niente paura: Trenitalia vi viene incontro con ritardi perfettamente studiati all'uopo.
Ovviamente si va incontro agli sguardi di disapprovazione di chi sta leggendo Cosmopolitan o Grazia, e pensa che chi legge un fumetto dopo l'età di sette anni sia un demente (probabilmente pensano che chiunque legga qualcosa senza foto patinate sia un demente, ma questo è un altro discorso); a questo inconveniente c'è un rimedio: prima di estrarre la vostra copia di fumetto acquistata fragrante all'edicola della stazione (quel luogo dove ormai vi trattano come un figlio, o meglio come colui che dà da mangiare ai loro figli), guardate con assoluto disprezzo il lettore di riviste, poi con sussiego immergetevi nella lettura del vostro Martin Mystere e rialzate gli occhi solo a fine percorso.
Il vero problema della lettura in treno possono essere i rumori molesti: non mi riferisco al confortante To-Des-Ca-Deng della ruota sulla rotaia che anzi concilia la lettura, ma alla strana fauna che sembra popolare i treni. Esiste un po' di tutto: dai vecchiotti che parlano dei loro acciacchi (questa specie, non troppo fastidiosa, in realtà sembra però essere in via d'estinzione), ai finti manager (che in realtà sono truffatori) ai quali deve suonare per forza il telefonino duecentoquattordici volte in dieci minuti (in realtà sono loro stessi che si chiamano con il secondo cellulare, ma il manager DEVE parlare al telefonino quindi si calano nel ruolo), ai bambini delle medie che armeggiano sempre sui telefonini e provano tutte le 517 suonerie del loro nuovo Nokia 76153974 bis "tifaccioancheilcaffè"; per non parlare dei bambini dell'università (di solito appartenenti alla facoltà di economia e commercio di Ca' Foscari) che devono mettere l'intero vagone al corrente delle loro avventure erotiche con un preservativo al mango e papaia (sic).
Questi inconvenienti possono rovinare la lettura comoda e rilassata del fumetto prescelto: esiste però una strategia per evitare il problema, che consiste nel premunirsi portando con sè un riproduttore di musica dotato di auricolari, caricato con della musica che si è già sperimentato essere innocua e conciliante alla lettura.
E ora che conoscete tutti i pericoli, buona lettura!


(2007)

martedì 17 agosto 2010

È UN GOMBLODDO DELLA ZINIZDRA, EPPEFFORZA.

Dev'essere una predisposizione genetica, se io e il concetto di espresso non andiamo d'accordo. Forse è perché per il nostro Paese esso è motivo di vanto (è arcinoto che, all'estero, le parole italiane più diffuse siano 'spaghetti', 'capuccino' - con una 'p' - ed 'espresso'), e quando qualcuno si vanta di qualcosa io tendo ad avversare e il qualcosa e il qualcuno (non vorrete privare questo giovane disoccupato di un ultimo svago?).

"Espresso" è sinonimo di celerità, affidabilità, italianità.

Eppure per me si identifica con i corrispettivi opposti.

Ad esempio, compro dei fascicoli da un ente-editore, il quale, non pago di avermi già lasciato perplesso di suo, si rivolge ad un "corriere espresso" per l'invio (invio che io pago). Il corriere espresso, per definizione, deve essere rapido ed efficiente. Ovviamente così non è e, fra telefonate mancate (da parte loro) e telefonate pagate (da parte mia), l'arrivo dei fascicoli avviene tre settimane dopo l'acquisto.

Ma, dice, se gli espressi non sono veloci, saranno almeno affidabili, non nel senso dell'efficienza (già persa), ma della fiducia. Non mi ritengo di "sinistra" in senso italiano (né, per par condicio, mi riconosco nella "destra" del nostro Paese), anche se, dato che bisogna etichettare ed essere etichettati per poter godere di un qualche vago riconoscimento, mi colloco dalla parte che fu, ai bei tempi, attribuito al Femminino Sacro (e, purtroppo, a Crispi). Quello a cui voglio arrivare è che, dell'"Espresso" (la rivista), mi sono sempre fidato. Sicché, dopo vario rimuginare, decido di iscrivermici, onde lasciare qualche mia riflessione. Mi sbrigo, ché devo pure scollegarmi, inserisco dati personali, dò, di malavoglia, il mio assenso al loro parziale trattamento, inoltro, ricevo, confermo e comincio a scrivere il mio primo commento, tutto ringalluzzito. La rubrica di Eco (la Bustina di Minerva) ospita vari commenti, i quali, leggendoli attentamente, non paiono brillare per particolare acume o raffinatezza; pertanto, penso, il mio passerà, nella peggiore delle ipotesi, inosservato. Commento l'ultima "Bustina", e mi pare di scrivere una cosa non proprio da cestino, in ogni caso non più illeggibile di quelle degli altri. Il giorno successivo, rientro nel sito e scopro che l'intera "Bustina", commenti inclusi, è stata cancellata. È proprio vero che le certezze sono come i castelli di carte, che basta un niente per farle crollare.

E veniamo ora all''espresso' forse più conosciuto: quello da bere. Direte: almeno con quello non avrai problemi. E invece le moke (moche? le moka? le mokò?) che utilizziamo in casa fanno un caffé allucinante. Altro che italianità: pare di bere caffé americano. La beffa è che quelle caffettiere le ho comprate io, convinto di aver sostituito degnamente quelle, incredibilmente peggiori, che avevamo prima. Beh, sì, le ho sostituite degnamente: non proprio come volevo io, però.

Dev'essere una predisposizione genetica, sì. O forse, nei miei casi, si è trattata di semplice sfiga. Più probabilmente una teoria non esclude l'altra: mi sa che ho una predisposizione genetica alla sfiga.



POSTILLA:

Ho scritto questo post due giorni fa, ma non sono riuscito a pubblicarlo prima di oggi. Ma è stato un bene, in quanto nel frattempo sono accaduti ben due fatti misteriosi. Il primo è che oggi è morto Cossiga, fu Presidente Emerito che fu Presidente in carica quando nacqui io: il mio primo Presidente, insomma. Buon per lui che i miei primi ricordi personali si addensano intorno al '92, quando lui finì il mandato, così posso parlarne male solo riferendomi agli ultimi 15-20 circa, quando era già vecchio e rincitrullito (dall'età). Il secondo fatto è che, controllo dell'ultimo minuto, quella pagina dell'Espresso di cui parlavo sopra è stata ripubblicata oggi, mio commento incluso. Qual é il nesso? È che lì compare il Cossiga più puro, in una bella foto d'antan, con cappello di piume in testa, a simboleggiarne l'agone politico che l'agitava e che contribuiva ad agitare ("seppelliamo l'ascia - o piccone - di guerra!" e "hoka-hey!"). Perché ripubblicarla (sembrerebbe essere una pagina del 4 Luglio '96)? E perché proprio oggi? Come sappiamo, fu Cossiga ad appoggiare il governo D'Alema, succeduto a quello di Prodi del '96. Cosa significa tutto questo? Sono solo coincidenze? Quali enigmatici fili lega Cossiga, la morte, Umberto Eco, i commenti del sottoscritto? Oggi è morto Cossiga; oggi ho letto un libro di Eco (ma anche i fascicoli di cui parlo più sopra!); oggi la rubrica di Eco con il mio commento è stata ripubblicata (sbugiardando il post, quindi oggi il post è morto); io sono nato con Cossiga Presidente; la rubrica si riferisce a Cossiga. E' chiaro che c'é qualcosa sotto, altro che Ustica.
Oggi ho pure avuto un mal di testa di quelli miei: visto l'andazzo, forse ho rischiato di morire. O forse mi serve solamente del caffé. Non il mio, possibilmente.

sabato 14 agosto 2010

Si amava meglio quando si amava peggio?





L'Amor, che move il sole e l'altre stelle/ più brillarelle che c'hai/ Roma, nun fa la stupida/ e prendi questa mano/ Zingara

Così incominciava una famosa canzone postmoderna. Essa toccava temi universali, e, fra questi, anche quello di cui discorreremo noi. No, non la Città Eterna o i rom: bensì l'Amore.
L'Amore è un tema universale (ma anche metrogoldwinmayerale, columbiale, pixarale, ecc.) perché riguarda tutti, nessuno escluso, a parte coloro che non si sono mai innamorati, e quindi non sanno cosa sia, l'Amore, però riguarda anche loro, perché è difficile credere che non abbiano avuto mai una cottarella, ed ecco che, come dicevo, riguarda proprio tutti.

Si dice che oggigiorno nessuno creda più nell'Amore vero, puro, eterno; non quello che è bello finché dura, ma che è bello sempre, perché dura sempre. Dura lex sed lex: chi l'ha dura la vince, da cui Duracell, la batteria che dura più delle altre, e l'Amore è una energia meravigliosa che rende l'animo invincibile. Eh, sì: nulla accade per caso.
Ma sarà davvero così?
Davvero oggigiorno nessuno crede più all'Amore? I fatti (anche i miei) sembrerebbero provarlo. Quanto è bello vedere quelle coppiette sposate da cinquant'anni giurarsi ancora Amore sempiterno, sino alla morte: forse lo fanno perché gli manca poco, dicono i maligni, ma più probabilmente sono sinceri.
Eppure, eppure...se in un mondo privo di valori è chi è privo di valori a costituire la maggioranza, e la maggioranza se è maggioranza un motivo ci sarà, forse non è vero che chi è privo di valori ne è davvero privo, forse la scala di valori si è semplicemente ribaltata.
Useremo in maniera quasi dogmatica il metodo empirico che i nostri avi ci hanno tramandato, e procederemo, quindi, con un semplice confronto fra un Grande del passato e un Grande dei nostri tempi, entrambi impegnati in appassionate dichiarazioni d'amore alle corrispettive donne. Subito una cosa appare lampante: entrambi sembrano provare una qualche forma d'Amore, indipendentemente dalla collocazione spazio-temporale. E' proprio vero che l'Amore supera i confini, appunto, spazio-temporali.

Mi sono innamorato di te
perché
non avevo niente da fare
il giorno
volevo qualcuno da incontrare
la notte
volevo qualcosa da sognare
Mi sono innamorato di te
perché
non potevo più stare solo
il giorno
volevo parlare dei miei sogni
la notte
parlare d'amore
Ed ora
che avrei mille cose da fare
io sento i miei sogni svanire
ma non so più pensare
a nient'altro che a te
Mi sono innamorato di te
e adesso
non so neppure io cosa fare
il giorno
mi pento d'averti incontrato
la notte
ti vengo a cercare.

Una canzone che pare una poesia. Prerogativa delle poesie è essere drammatiche (non siamo ipocriti: chi reputa Campanile un poeta? Io) e qui ne abbiamo abbondanti tracce. Luigi Tenco è confuso, e noi sappiamo a cosa lo porterà, purtroppo, tale confusione. Ma è confuso perché è innamorato, su questo non v'é dubbio alcuno. Tenco lo ripete e una e due e addirittura tre volte. Del resto, uno che la notte vuole parlare d'amore, che non sa più pensare a nient'altro che alla donna amata, ha certamente conficcata nel ventricolo la freccia d'Eros.


I'm bringing sexy back
Them other boys don't know how to act
I think your special what's behind your back
So turn around and I'll pick up the slack.

Take em' to the bridge

Dirty babe
You see these shackles, baby I'm your slave
I'll let you whip me if I misbehave
It's just that no one makes me feel this way

Take em' to the chorus

Come here girl,
go ahead, be gone with it
Come to the back,
go ahead, be gone with it
VIP
Go ahead, be gone with it
Drinks on me
Go ahead, be gone with it
Let me see what you're working with
Go ahead, be gone with it
Look at those hips
Go ahead, be gone with it
You make me smile
Go ahead, be gone with it
Go ahead child
Go ahead, be gone with it
And get your sexy on
Go ahead, be gone with it

Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on

I'm bringing sexy back
Them other fuckers don't know how to act
Come let me make up for the things you lack
'Cause your burning up I gotta get it fast

Take em' to the bridge

Dirty babe
You see these shackles, baby I'm your slave
I'll let you whip me if I misbehave
It's just that no one makes me feel this way

Come here girl,
Go ahead, be gone with it
Come to the back,
go ahead, be gone with it
VIP
Go ahead, be gone with it
Drinks on me
Go ahead, be gone with it
Let me see what you're working with
Go ahead, be gone with it
Look at those hips
Go ahead, be gone with it
You make me smile
Go ahead, be gone with it
Go ahead child
Go ahead, be gone with it
And get your sexy on
Go ahead, be gone with it

Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on

You're ready?
you're ready?
you're ready?
mmm... yes!

I'm bringing sexy back
Them other fuckers wait till I attack
If that's your girl you better watch your back
'Cause she'll burn it up for me and that's a fact

Take em' to the chorus

Come here girl
Go ahead, be gone with it
Come to the back
Go ahead, be gone with it
VIP
Go ahead, be gone with it
Drinks on me
Go ahead, be gone with it
Let me see what you're working with
Go ahead, be gone with it
Look at those hips
Go ahead, be gone with it
You make me smile
Go ahead, be gone with it
Go ahead child
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on
Go ahead, be gone with it

Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on
Go ahead, be gone with it
Get your sexy on.

You're ready?... Yes!
You're ready?... Yes!
Yes


Trad.:

Sto puntando un sedere sexy
gli altri ragazzi non sanno proprio come comportarsi
penso che sia speciale, cosa c'è dietro al tuo sedere?
perciò girati ed io prenderò il mano la situazione

Voltalo verso il ponte

ragazzaccia,
vedi queste catene, baby sono tuo schiavo
ti permetterò di sculacciarmi se mi comporterò male
è che nessuno mi fa sentire in questo modo

Voltalo verso il coro

vieni qui ragazza,
và avanti, esci dal gioco
torna indietro,
và avanti, esci dal gioco
vip,
và avanti, esci dal gioco
bevi su di me,
và avanti, esci dal gioco
vedi con cosa stai lavorando
và avanti, esci dal gioco
mi fai sorridere,
và avanti, esci dal gioco
vieni qui bambina,
và avanti, esci dal gioco

metti su quella tua cosa sexy
và avanti, esci dal gioco
metti su quella tua cosa sexy
và avanti, esci dal gioco
metti su quella tua cosa sexy
và avanti, esci dal gioco...
metti su quella tua cosa sexy.

sto puntando un sedere sexy
quei figli di puttana non sanno come comportarsi
vieni, fammi compensare le cose che ti mancano
perchè ti stai accendendo ed io devo velocizzarmi

Voltalo verso il coro

ragazzaccia,
vedi queste catene, baby sono tuo schiavo
ti permetterò di sculacciarmi se mi comporterò male
è che nessuno mi fa sentire in questo modo

vieni qui ragazza,
và avanti, esci dal gioco
torna indietro,
và avanti, esci dal gioco
vip,
và avanti, esci dal gioco
bevi su di me,
và avanti, esci dal gioco
vedi con cosa stai lavorando
và avanti, esci dal gioco
mi fai sorridere,
và avanti, esci dal gioco
vieni qui bambina,
và avanti, esci dal gioco

metti su quella tua cosa sexy
và avanti, esci dal gioco
metti su quella tua cosa sexy
và avanti, esci dal gioco
metti su quella tua cosa sexy
và avanti, esci dal gioco...
metti su quella tua cosa sexy.

sei pronta?
sei pronta?
sei pronta?
mmm... sì!

sto puntando un sedere sexy
quei figli di puttana mi guardano mentre attacco
se quella è la tua ragazza, sarebbe meglio che ti guardassi alle spalle
perchè lei si sta accendendo per me, e questo è un dato di fatto

Voltalo verso il coro

vieni qui ragazza,
và avanti, esci dal gioco
torna indietro,
và avanti, esci dal gioco
vip,
và avanti, esci dal gioco
bevi su di me,
và avanti, esci dal gioco
vedi con cosa stai lavorando
và avanti, esci dal gioco
mi fai sorridere,
và avanti, esci dal gioco
vieni qui bambina,
và avanti, esci dal gioco

metti su quella tua cosa sexy
và avanti, esci dal gioco
metti su quella tua cosa sexy
và avanti, esci dal gioco
metti su quella tua cosa sexy
và avanti, esci dal gioco...
metti su quella tua cosa sexy.

Sei pronta?...sì!
Sei pronta?...sì!


Una canzone che non pare proprio una poesia e che, pertanto, forse lo è. Justin Timberlake, confuso non lo è affatto. Sono gli altri, a non sapere come comportarsi. Egli, al contrario, appena vede un sedere, sa subito cosa fare. Ma non prendetelo per maniaco: alla vista di quell'espelletore naturale, di cotal femminea maraviglia, di sì sinuose curve, il Timberlake non si mette a sbavare come un Alvaro Vitali qualsiasi. Tutt'altro: lui vede nell'ammaliante popò non un oggetto sessuale, ma qualcosa di speciale. Anziché uccidere la propria mano e lasciarla cadere, simulando sbadataggine, sulla perturbante chiappa, il Timberlake, di prim'acchito, si accorge che c'é dell'altro. È il gioco della sineddoche, della parte per il tutto, che porta il cantante di Memphis, alla vista del cul (per dirla alla dantesca), ad innamorarsi della donna tutta, della donna in quanto persona.
Ecco perché non appare del tutto fuori posto la metafora del ponte, che congiunge le due estremità opposte come Justin vuole congiungersi con la propria, spera lui, futura consorte.
Abbiamo così due autori innamorati perdutamente delle proprie partners. A differenziare Luigi e Justin sono gli stili adoperati: più aulico, ma al tempo stesso sommesso, quello del primo, in cui si respira aria democristiana ad ogni verso, in un "vorrei ma non posso" di indubbio effetto; schietto, ruvido, spigoloso, zeppo di stacchi ed enjambements si presenta il lavoro dell'americano. Dolce e soave è Tenco; martellante ed ansiogeno è Timberlake. Ad accomunarli, solo l'Amore.

Ma è proprio Amore quello di Tenco? Sembrerebbe di sì, come abbiamo già visto. Però, come sempre accade, c'é un però. Luigi Tenco - dobbiamo dargli atto di una profonda correttezza - precisa immantinente, quasi a voler porre una condizione, come se quanto dichiarerà in seguito fosse da intendersi come un patto tra contraenti, da stipularsi con convergenza assoluta, e pertanto fosse necessario mettere bene in chiaro ogni aspetto, precisa, dicevamo, di essersi innamorato perché non aveva niente da fare. E qui un campanellino d'allarme avrebbe dovuto risuonare nella sgombra mente della donna. Tenco, prosegue con nonchalance, desiderava solamente qualcuno da incontrare, qualcosa da sognare: evidentemente non potevano bastargli, che so, il fioraio sotto casa nel primo caso, o una Marilyn senza veli nel secondo. No, l'incontro di cui Tenco parla è un incontro d'altro tipo, simile, in prima battuta e se vogliamo, ad un ponte (ah, i topos dell'arte poetica!). Ma se per il Timberlake il ponte è teso a suggellare un'unione profonda, pur utilizzando una immagine decisamente dirty, per Tenco avviene l'inverso, ed è l'afflato poetico a tradursi, nella realtà, in qualcosa che definire banale è dir ancora poco.
Ove Tenco tende a problematizzare il semplice, Justin Timberlake è più propenso a semplificare il complesso, e lo fa mediante quello stratagemma che si suol etichettare come 'reductio ad libidum': Timberlake, per parlar chiaro, la butta sul sesso, consapevole che le generazioni a cui si rivolge sono use a quello e pochissimi altri concetti, e l'intento suo non è altro che introiettare l'Amore alla sciamannata gioventù che lo (e ci) circonda.
Sicché, mentre per lo yankee tutto procede a gonfie vele, per Tenco subentra lo spleen, uno spleen tipico di chi è in continua cerca di ciò che non conosce, e che pare non trovar mai. Pertanto, lo sfortunato cantautore sperimenta, dello spleen, il più evidente dei sintomi: la contraddizione. Sente i suoi sogni svanire, ma, al contempo, ha mille pensieri per la testa. Di quale tipo? Non è possibile che tutti e mille siano rivolti a Lei, come nei versi immediatamente successivi vuole far credere; almeno un tre-quattrocento avranno riguardato altro.
Il dramma tenchiano emerge, tuttavia, più tardi, quando, dopo aver nuovamente ribadito d'essersi innamorato (è tipico di chi sa d'aver commesso qualcosa, o di chi ha qualche tarlo che lo rode, rassicurare la compagna sulle proprie convinzioni), Egli si lascia finalmente scappare l'amara verità: non so neppure io cosa fare, pare gridare, con quel grido strozzato in gola, che rassomiglia, sinistramente, a quel "Babbo!" proferito da Pinocchio dopo aver lasciato Geppetto per il malvagio Paese dei Balocchi.
Curiosamente - ma non poi così tanto - il grido viene adoperato anche dal Timberlake, e come totem ferino (certi animali utilizzano versi o gridolini particolari per attrarre la femmina), e, aiutato da un altro simulacro retorico molto in voga da qualche anno a questa parte, la parolaccia, come minaccia volta ad allontanare lo spettro dell'abbandono, qui impersonificato da coloro che vogliono sottrargli la fanciulla dal bel sedere. È che, oramai, è la donna a comandare, e questo Timberlake ben lo sa: e se la permetterà di sculacciarlo, di renderlo schiavo, è solo perché nessuna lo fa sentire in questo modo, ossia innamorato come un ragazzino. Ebbro d'Amor, direbbe un contemporaneo di Tenco.

Ed eccoci allora giunti alla fine. Luigi Tenco s'accomiata dalla donna che l'istinto l'aveva illuso di aver amato, e lo fa nel modo peggiore, addirittura pentendosi d'averla incontrata. Questo, però, di giorno, quando deve fingere d'esser uomo dei suoi tempi, tutto casa e chiesa; di notte, periodo deputato alla promiscuità e al macabro, continua a cercarla, quasi prefigurando un reato di stalking ante litteram. Persiste, Tenco, nella contraddizione, nel "dico una cosa e ne faccio un'altra", atteggiamento inopinatamente inqualificabile per ogni onest'uomo (d'ogni luogo, tempo e partito politico) che si rispetti.
Dal canto suo, Justin Timberlake lancia a chi lo ascolta un accorato appello: amatevi, fate l'amore e non la guerra, perché solo l'Amore può compensare le cose che ti mancano. E termina, lui che può, perché sa cos'é l'Amor, sul più bello, negandoci, proprio ora che eravamo pronti, la gioia della trasmigrazione dell'Amore platonico nell'Amore-copula.

Ci lascia in braghe di tela, il Timberlake. Fa bene: l'Amore vero è privilegio di pochi. E, soprattutto, è conquista, sudore, fatica, da parte di entrambe le parti in gioco. Chi pensa che per essere innamorati basti provarci e dire qualche frasetta tratta da Lialà, beh, è bene che non dorma sugli allori. Una Speranza c'é per tutti.



Si ringrazia angolotesti.it per testi e traduzione.

giovedì 12 agosto 2010

La Bustina di Malerba. 3 : Guida italiana per macchinisti


GUIDA ITALIANA PER MACCHINISTI

Nel probabile caso che qualcuno dei miei ventisei lettori sia in cerca di lavoro, suggerisco la lettura di questo decalogo durante il quale illustrerò, basandomi su svariate osservazioni condotte durante gli ultimi mesi, le procedure e le movenze che un perfetto macchinista deve realizzare per manovrare nel miglior modo possibile quell'eccezionale mezzo di locomozione che è il treno.

1)Il macchinista deve, durante la guida, alloggiare necessariamente nell'apposito vano situato nella locomotiva;
tale affermazione può apparire un'ovvietà, ma è provato che non sempre ciò avviene: capita spesso, soprattutto durante certe fermate, e special modo in caso di treni regionali, di vedere il macchinista scendere col capotreno ad aspirare del buon fumo tramite filtro; lo scopo recondito è, banalmente, aumentare le possibilità di ritardo.
2)Il macchinista deve avere come scopo primario del suo lavoro la creazione di un quantitativo soddisfacente di ritardo, quali che siano l'ora di partenza, la stazione di partenza, quella di arrivo, le condizioni climatiche;
la regola è semplice: la missione del macchinista non è portare i passeggeri a destinazione, ma giungere a destinazione (perchè l'arrivo alla meta è obbligatorio) riuscendo a collezionare quanto più ritardo possibile; la missione è spesso e volentieri richiestagli dalla società datrice di lavoro ma capita frequentemente che sia incentivata da scommesse clandestine fra macchinisti, capitreni e quant'altro. Sono piuttosto rari casi di macchinisti giustificanti il ritardo come Dono della Provvidenza.
3)Il ritardo deve essere accumulato nei modi più sfacciatamente evitabili e irritanti possibili, così da istillare odio mortale nel passeggero (spesso già snervato) e portarlo alla follia più totale;
il ventaglio di proposte a disposizione del macchinista è molto ampio: il macchinista più giovane si limiterà a partire tardi senza motivo, quello più scafato, furbescamente, si fermerà più volte in mezzo al nonnulla, quello più subdolo opterà per la sosta di venti minuti in una stazione, quello più sbarazzino percorrerà tre quarti del percorso totale a passo d'uomo.
4)Il macchinista, presa visione dei punti 1->3, non deve MAI accontentarsi di procurare ritardo, anzi, deve costantemente incentivare il fastidio verso i passeggeri;
la tecnica più usata è il Rollamento Ortocentrico: il punto ove si incontrano le altezze dei vari lati della carrozza deve costituire il fulcro di un vortice, intorno al quale tutto (finestrini, poltroncine, le pareti stesse della vettura) deve vibrare rumorosamente e muoversi con preoccupante (in realtà solo apparentemente preoccupante, almeno si spera, e sperano gli erranti viaggiatori) schizofrenia.
5)Come supplemento al punto 4, il macchinista deve far fischiare il treno senza motivo, a intervalli matematicamente irregolari;
lo scopo è dare al passeggero l'impressione di aver evitato la collisione con un altro treno per il rotto della cuffia.
6)Come complemento al punto 4, il macchinista deve produrre quanto più rumore possibile;
la soglia del dolore, corrispondente a 130 decibelSPL è già, per Legge, ampiamente superata. Il compito del macchinista, in questo caso, è semplice: i 250 dBSPL (udibili all'interno di un tornado) sono facilmente raggiungibili con qualche accorgimento(cfr.punto 4).
7)Il macchinista deve indossare sempre una tuta blu-violacea impataccata da testa a piedi di oli, grassi artificiali e zozzume a piacere.
8)Il macchinista deve evitare ogni contatto con i passeggeri e, nel caso questo non possa avvenire, deve mostrare sempre sguardo truce e mefistofelico;
lo scopo di questi ultimi 2 punti è, va da sè, incutere maggior timore ai viaggiatori.
9)Il macchinista deve sempre vedere il semaforo come di colore rosso, anche quando esso, in aperta campagna, non lo è; è tollerata, però, visto l'eccessivo ardore nel rispettare tale punto negli ultimi tempi, una certa elasticità da parte del guidatore.
10)Ultimo, ma non per importanza, il macchinista deve percepire uno stipendio adeguato alla mole di lavoro svolto; tale definizione può essere letta anche come "uno stipendio da miserabile".

Per concludere, i macchinisti costituiscono una categoria di basso livello, una sorta di Museo dei Reietti ma, come accade per tutte le categorie ime, è d'uopo ammetterne l'importanza pratica e sociologica; riguardo a certi peccatucci veniali..chi non ne ha?

(2007)

giovedì 5 agosto 2010

La Bustina di Malerba. 2 : Come stare seduti a lezione

I miei venticinque lettori (di cui ventiquattro momentaneamente assenti) mi perdonino se mi ripeterò, ma siamo ancora agli inizi e si impongono, per coloro che, sbadatamente, dovessero capitare su questo blog, e darne un'occhiata distratta, delle spiegazioni.
Nel 2007 inaugurai, su altri lidi, una rubrica settimanale che, come forse avrete intuito, si ispirava alla ben più nota Bustina di Echiana memoria. L'esperimento durò molto poco, in parte perché il lido prescelto poco si confaceva ai temi trattati, in parte perché all'epoca ero - ahimé - piuttosto lunatico, e pertanto, dopo qualche settimana, mi stancai.
Siccome sono tuttora piuttosto lunatico, mi è preso lo schiribizzo di riprenderla e riproporla alla massa, a partire da quei (pochi) pezzi già pubblicati altrove e qui ripresentati senza revisione alcuna, eccezion fatta per gli inevitabili refusi che costellano la scrittura digitale.
Cotali pezzi risalgono tutti a tre anni fa - un periodo di grande fermento creativo per il sottoscritto - : per chi volesse, può essere interessante notare le differenze fra la società odierna e il mondo appartenente a quel remoto passato.

Due precisazioni:
La "Bustina di Malerba" che dà il titolo alla rubrica, l'avrete intuito, indica la quantità di erba che sono solito fumare prima di scrivere un servizio.
Da questa puntata, e per le prossime tre, sarà ospitata la ripubblicazione di un solo pezzo per volta, dopodiché, dalla puntata successiva (la sesta, quindi), inizieranno, se Iddio e l'Ispirazione vorranno, gli inediti.

Ri-Buona lettura, ri-dunque.



COME STARE SEDUTI A LEZIONE

Chi ha la fortuna di frequentare l'università (inteso come "frequentare le lezioni, perlomeno alcune", ma non si capisce che senso avrebbe iscriversi e non presentarsi mai, a quel punto meglio accumulare conoscenze da autodidatti, reinvestendo l'enorme somma per la retta a volumi e libercoli vari), sa bene che, solitamente, i corsi "più importanti" (ma anche in questo caso la definizione è di comodo) richiamano un numero impressionante di gente affamata di sapere.
Cosa voglia sapere precisamente, è un altro discorso, su cui non mi dilungherò: il lettore certo saprà bene la situazione in cui riversa il nostro Paese, per cui non si meraviglierà scoprendo che, durante l'eloquio del professore, sbarazzine fanciulle discutono sul Nuovo Tronista di Maria, o eminenti giovanotti compiono esperimenti linguistici sul Fuorigioco Che Non C'Era. Ma questo ora non ci interessa.
La cosa che mi preme far conoscere all'umanità è la condizione disagiata dello studente, in particolare il Ritardatario.
Il ritardatario, nella definizione più comune del termine, è colui che arriva tardi.
Il "Tardi" può significare, a seconda delle circostanze, a lezione già avviata (cosa che fa infuriare il Professore, distogliendolo un momento dalla sua esposizione) o a posti già occupati, quest'ultima con la variante, molto frequente, dell'aula strabordante.
Il tapino, quindi, si ritrova costretto, per cause di forza maggiore, ad appoggiare il proprio espelletore naturale sul pavimento.
A questo punto si impone una spiegazione sul pavimento: esso, per essere conforme alle leggi, dev'essere necessariamente ricoperto da uno strato di fuliggine (la cui provenienza è tutt'ora ignota) nera come il carbone e dallo spessore di due-tre dita, così che lo studente si sporchi per bene; fiocchi di polvere devono svolazzare qua e là, irritando il naso e stimolandolo a violenti sternuti; non devono mancare, e guai a chi non provvede a rimpolparne la scorta, pezzi di carta, mozziconi di matite mangiucchiate e tappi di biro che, a giudicare dall'aspetto, risalgono probabilmente alla calata longobarda.
Una volta che il Professore entra nell'aula, prende posto sulla sua comoda sedia (rivestita in pelle umana e munita di 4 efficienti rotelle, le cui utilità sono ancora al vaglio degli esperti) e compie tutti quei rituali che hanno reso famosa la figura del docente nel mondo, lo studente è pronto: con solerzia e smaniosa voglia di apprendere estrae dalla cartella la sua copia del Quadernone e la penna, e si dispone nella rilassante posizione "a gambe incrociate", sicuro che, così, nelle prossime due ore non avvertirà minimamente stanchezza alcuna.
Infatti, passato il quarto d'ora, il ginocchio sinistro comincia a dolere mentre la scarpa destra si è inevitabilmente fusa alla tibia opposta. Il giovine cerca, allora, di rimediare intonando un mantra, evitando di farsi udire dagli altri colleghi (comunque troppo impegnati a ciarlare del più e del meno per accorgersene). Attenzione, però, la stessa posizione "a gambe incrociate" è stata creata dai monaci tibetani, per cui, se pronunciate con troppa veemenza "Om mani padme um", rischiate di elevarvi in aria suscitando lo stupore generale (per almeno qualche secondo, dopo di chè tornerà ciascuno alla propria occupazione).
Conscio del rischio che correrebbe, il ragazzo prova a cambiare posizione. Il galateo prevede di spostare prima la gamba sinistra (per le virtù femminili del lato mancino che risalgono al Femminino Sacro, ma consultate Il codice da Vinci per saperne di più); ciò, però, non è possibile, in quanto il compagno al vostro fianco vi ha gentilmente privato dello spazio necessario sdraiando i propri arti inferiori; inutile dire che anche il lato destro è inutilizzabile, stavolta per la presenza della valigia (sic) di un altra compagna, o dell'immenso, quanto inutile, impianto stereofonico, se vi trovate vicino alla cattedra.
Arrivato a questo punto, al povero studente (che, nel frattempo, non ha assolutamente ascoltato una parola del Professore, perdendosi, così, importantissimi passi riportati pari pari dal libro, infarciti da gustosi aneddoti sulle insospettabili arti amatorie di Pipino il Breve) non resta che lanciarsi in ardite torsioni che susciterebbero l'invidia del miglior Houdinì.
Piegando la caviglia destra a 90° gradi riesce ad attutire il dolore alla rotula, ma provoca lesione permanente al malleolo; alza, allora, l'intera gamba assaporando, vittorioso, il rilassamento dei vari muscoli, ma la gioia è effimera: il tizio davanti reclama spazio per la gobba.
Il poveretto non ce la fa più, comincia a sudare freddo, e decide per la Soluzione Finale. Il Rannicchiamento.
Dispone le gambe in parallelo, a formare, ognuna, un triangolo isoscele avente come base il pavimento e come vertice alto il ginocchio, e vi si appoggia, sconsolato.
Comincia a guardare l'orologio, ma il tempo è impietoso e lo avverte che manca un'altra mezz'ora, durante la quale, non solo il ragazzo non scriverà più nessun'appunto (solo poi si accorgerà di non aver scritto nemmeno prima, quando, in treno, ripenserà alla futilità della giornata trascorsa) e non penserà a nulla, ma comincerà ad osservare gli altri studenti, quelli nella sua medesima condizione: ragazzi seduti uno sopra l'altro, gente impiccata alla cordicella delle veneziane e scheletri ricurvi con la penna in mano; e allora si accorgerà di non essere, per usare un eufemismo, "quello messo peggio".
Un sorriso brillerà sul suo volto, di colpo le parole dell'insegnante ricominceranno a rientrare per i suoi canali uditivi e la mano ricomincerà a scarabocchiare l'illibato quaderno. E la felicità riempirà di nuovo il suo cuore.

"Bene, ragazzi, per oggi è tutto. A domani".

Uno sparo riecheggia nell'aria.

(2007)



Nota dell'Autore: per ogni regola, è noto, ci vuole un'eccezione che la confermi. Ebbene, mi ero ripromesso di non apportare modifiche ai pezzi, ma in questo caso ho preferito apportarne una lieve alla frase finale. Nell'originale essa recitava: "Domani? AAAAAARRRGGHHHHH!!!!". Ritengo che quella nuova abbia una maggiore carica di ambiguità e suggestione, pur senza perdere pressoché nulla in termini di umorismo. Sono forme diverse di umorismo, la prima più britannica, la seconda più italiana (ma derivante, forse, da oltreoceano: interessante sarebbe una riflessione sul ruolo delle sfumature dell'inglese nel comico), entrambe apprezzabili e, cosa non da poco, intercambiabili: il senso dell'articolo rimane lo stesso. Ad ogni modo, non sta a me giudicare.

mercoledì 4 agosto 2010

Alt! Parola in ordine!

Ogni tanto fa bene svuotare la mente. Nella mia le finestre sono chiuse da parecchio tempo, le apro così i grumi di polvere vanno via un po'. Attenti agli sternuti.

Primo pensierino. Stamattina, cosa che mi capita tutte le mattine, mi stavo lavando i denti, quando, ad un certo punto, cosa che mi capita sempre quando mi lavo i denti, lo spazzolino mi è sfuggito di mano, e la parte dura è andata a sbattere contro un dente. Al ché, cosa che mi capita ogni volta che lo spazzolino mi sfugge di mano e va a sbattermi su un dente, ho proferito delle parole irripetibili. Cosa che mi capita ogni volta che proferisco parole irripetibili (non semplici parolacce, ma cose davvero irripetibili), mi sono vergognato di me stesso e sono partito per la tangente con assurdi collegamenti mentali. Il primo: ci sono tante persone, anche fra quelle che conosco, che inseriscono una parolaccia ogni tre vocaboli "sani", senza nessun moto di vergogna o imbarazzo che sia, e a cui nessuno rimprovera nulla. Quando lo faccio io, di solito, o vengo squadrato con occhio indagatore, oppure non vengo squadrato ma, d'improvviso, sugli interlocutori cala un velo di striminzito pudore e si cambia discorso, o, infine, la mia parolaccia suscita le risa dell'uditorio. Sarà che sono teatrale di natura (ma con umiltà), sarà che spesso utilizzo termini assurdi pur di non imprecare, e quindi quando impreco non sembro più io; chi lo sa. Fatto sta che la parolaccia, come diceva Gigi Proietti, è un'arte. Lui ci ha costruito un intero spettacolo sull'arte della parolaccia, arrivando più o meno a queste conclusioni: dev'essere spontanea (e le mie lo sono, in quanto tendenzialmente mi scappano quando sono irritato o irretito), dev'essere adatta al contesto (ci sono parolacce più eleganti e altre più burine), e magari dev'essere regionalizzata: caratteristica, comunque, che ricade nel discorso sul contesto di cui sopra.

Secondo pensierino. La seconda riflessione sortami mentre, ipocondricamente, controllavo se il dente colpito ballasse o no (ipocondricamente pare di sì, realisticamente non credo) riguarda la sfera politica: quando certe intercettazioni vengono pubblicate e diffuse alla massa, spesso ci si scandalizza per il linguaggio usato da uomini politici, d'affari e quant'altri nelle loro conversazioni. Si parla di "degrado morale", di "squallore", e a ben donde, forse, ma ci si dimentica che sono ben poche le persone che non si esprimono in modo rude, sgrammaticato, "volgare" (fra virgolette, per il discorso fatto prima). Meglio uno che dice due parolacce a frase ma è onesto, che un disonesto dotato di forbita eloquenza.
Ad ogni modo, questo discorso mal si applica alla classe dirigenziale italiana, ove è ben difficile trovare individui moralmente retti. D'altro canto, la classe dirigenziale italiana è senza dubbio la più bizzarra fra quelle democratiche europee (in Europa, per convenzione, c'é un Paese considerato non democratico, con cui, ovviamente, noi abbiamo buoni rapporti).
Si pensi alla nuova formazione partitica venutasi a creare con lo strappo dei "finiani". PdL, Lega, FLI (i "finiani"), UdC, Pd, IdV (+ SvP, uno o due valdostani e un paio di indipendenti).
Con le dovute modifiche, negli atteggiamenti essa ricalca la vecchia formazione partitica, quella che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto essere soppiantata dalle nuove forze. Nell'ordine: PSI craxiano, MSI, PLI, DC, PSDI, PCI intransigente (+ formazioni minori).
Insomma, nulla di nuovo sotto il sole. Il "degrado morale" e lo "squallore", forse, andrebbero ricercati nella sostanza, più che nella forma.

Terzo pensierino. Detta l'ovvietà, passiamo all'imprevedibile. Ho preso dei libri in biblioteca. (Mascelle sbigottite cadono a terra fragorosamente). Dove sta l'imprevedibilità? Nel fatto che, per una volta, i libri sono stati presi per puro piacere e non per dovere. Non prendo mai i libri che so interessarmi in biblioteca, perché i libri che so interessarmi li voglio possedere, per farci quello che mi pare, per cui, alla scadenza del prestito, mi viene immancabilmente voglia di commettere un furto. Del resto, si sa che per i bibliofili è difficile resistere alla brama di possedere un libro di proprietà altrui, non mancano aneddoti curiosi in merito. Mah, si vedrà tra un mese, quando dovrò restituirli. Sono libri che non riesco a trovare in vendita: se riuscirò ad escogitare qualche piano alla Lupin III bene, altrimenti pazienza, magari mi consolerò con lo scanner.

Per oggi basta. Con queste ardite considerazioni dimostro una volta di più di essere più mefistofelico di quanto pensassi. Ecco il perché di tutte quelle riflessioni sul "degrado" e lo "squallore": mi ci identifico. E che cazzo, Freud.

sabato 31 luglio 2010

Yippi ya yee! Il Grande Ritorno delle Recensini!

Ritornano a piccola richiesta (la mia) le Recensini!

(sì, lE recensinI... si dice IL piegHI di librI, non vedo perché non si possa dire lE recensinI)


Libri:
dopo 7 anni ho trovato il tempo di rileggere il mio romanzo preferito (o libro preferito, fate un po' voi): il Pendolo di Foucault di U.Eco. Saremo in tre gatti in tutto il mondo a pensarla così, ma lo trovo scorrevolissimo, piacevolissimo, in certi punti molto, molto divertente, in altri molto, molto affascinante, quasi ipnotico, direi, e mitica è la storia (vera) dei Templari raccontata in forma parodica. Forse un difetto ce l'ha, che per capirlo ed apprezzarlo appieno bisogna esservi "portati": chi ha interesse verso le tematiche trattate, chi è dotato di spirito ironico, chi è consapevole degli eccessi a cui può arrivare l'animo umano (magari perché li ha sperimentati su di sé), chi possiede queste caratteristiche (detto senza connotazioni qualificanti o squalificanti) non può non amare questo romanzo. Chi ne ha alcune, lo apprezzerà in certe parti e in altre no. Chi non ne possiede nemmeno una, credo che ne rimarrà deluso. Il punto è che il Pendolo è il libro del tutto, parla di tutto ma non parla di niente, in fondo, perché, a conti fatti, ciò che importa davvero al mondo è l'Uomo, siamo noi, ciascuno con la sua storia personale: tutte le storie, insieme, creano la Storia e mandano avanti e indietro questo enorme pendolo che è la Vita.
Quanto mi piace filosofeggiare. Ma mi piace anche fare altro, tipo leggere Flatlandia di Abbott, che, a dire il vero, è un conte filosofico pure lui, sulla falsariga de 'I viaggi di Gulliver' e compagnia. A mio avviso geniale la descrizione del mondo a due dimensioni, corredata persino da illustrazioni, in cui si capisce poco del meccanismo tecnico, ma che risulta indubbiamente affascinante. Dicevo della filosofia, sì, perché alla fine il romanzetto è una satira della società inglese dell'epoca (fine '800): molto interessante e divertente il ruolo delle donne, che soddisfa la mia vaga misoginia latente.
Arrampicandomi sugli specchi, continuo a battere la pista pseudo-filosofica ed approdo ad un vecchio Urania, una raccolta di James Ballard, inopinatamente tradotta in italico Il gigante annegato, il cui racconto omonimo ammalia quanto basta, e in cui tutti i racconti, ad esclusione forse del primo - un tipico adventure -, lasciano, a fine lettura, una sensazione di "vuoto", di smarrimento. Dicono più di quel che sembra, bisognerebbe rileggerli.
Da Urania devìo nella fantascienza più spinta, con un'altra raccolta, questa volta ben più nota, Le meraviglie del possibile, pluriristampata e antologizzata, ma che ho fortunatamente letto in un'edizione vecchia e un po' ingiallita (per me che amo il vecchiume, quindi, il fascino è stato doppio): tutti racconti di qualità pregiatissima, a partire da un H.G.Wells che ha probabilmente ispirato Barks, sino ad arrivare al già letto Arthur Clarke e i suoi Nove miliardi di nomi di Dio, passando per nomi quali Heinlein (La casa nuova, capolavoro demenziale), Asimov, Scheckley, Matheson (L'esame è struggente e ansiogeno al tempo stesso), Van Vogt, ben due Bradbury e due Fredric Brown (di cui uno è l'immenso Sentinella). Ma fra tutti ho amato particolarmente Fiori per Algernon di Daniel Keyes, in grado di colpire al cuore con la sua semplicità. Ho comprato anche il romanzo omonimo (versione allargata del racconto in questione), prossimamente lo leggerò.
Prossimamente quando? Boh, ho talmente tanta roba da leggere e rileggere che spesso mi affranco e, anziché spedirmi, mi lascio abbattere e non leggo niente per non sentirmi in colpa. C'é un romanzo che possiedo dal 2004 e non ho ancora aperto (però ci tengo molto, un giorno spiegherò il perché). È ambientato in epoca tardo-rinascimentale e controriformistica, ma è lungo, i due scrittori sono (erano) esordienti - o giù di lì - e appare sempre un po' noiosetto.
Mah, si vedrà. Passiamo ad altri misteri, quelli legati alla massoneria. Avrete notato il triplo salto mortale carpiato con avvitamento compiuto con questa parola: rimando all'attualità (P3, come è stata stupidamente chiamata dalla stampa), collegamento logico col libro precedente, collegamento logico col tema di apertura, e conseguente struttura circolare del post. I complimenti a dopo, prima fatemi dire che Il simbolo perduto di Dan Brown è divertente come il 'Codice' di DaVinciana memoria, poco preciso ma fa venir voglia di visitare Washington (voglia che già avevo, almeno da quando lessi Talismano di quei due fumati di Hancock e Bauval). Aspettiamo ora il consueto film con Tom Hanks e la sua assurda capigliatura, e se Ron Howard non si sbizzarrisce qui non si sbizzarrisce più.


Telefilm:
Ecco, a proposito di sbizzarrirsi. Ormai ne seguo troppi, non vorrei cominciare a disaffezionarmi al medium. Passi per The Big Bang Theory, stagione 3, nel complesso inferiore alle prime due (troppo ripetitiva, però la parte centrale è stata divertente); passi per Twin Peaks, abbandonato più di un anno fa all'episodio 2x04; è soprattutto dagli altri serial che seguo/ho seguito che mi sto accorgendo di un possibile disinnamoramento.
Smallville, ad esempio: ho seguito solo la stagione 8 e ora la 9, ormai quasi terminata. Lo seguo per il suo lato soap, molto ben fatto: Lois e Clark si mettono insieme, si mollano, hanno la tresca, flirtano, si baciano o non si baciano? Si baciano, evviva! Ma la trama? Mah, sì, la macchia-rossa-e-blu, Pam Grier invecchiata (che bona trent'anni fa!), qualche supereroe scalcinato qua e là, ma insomma... non sono un'amante fervente del genere.
Heroes, stagione 4: bello, mi piacciono questi personaggi sempre e costantemente depressi, mi ci ritrovo molto, ottima l'idea del circo (cosa c'é di più triste?) e del super-cattivo super-depresso: un inno al suicidio che ho amato molto. Ma poi, in pratica, cosa succede? Quello va di là, quell'altro di qua, quei due si incontrano, poi trovano quello, quell'altro è buono, no è cattivo, no è buono, ma un po' cattivello, e alla fine il super-cattivo viene sconfitto in cinque secondi e arrestato(!). Faranno un film per chiudere la storia o no? Mah. Ma se hanno cancellato il telefilm un motivo ci sarà... forse è meglio chiudere qui, con affetto.
E persino Lui, anzi Esso, il telefilm, Lost: ora che è finito, ho davvero voglia di rivederlo da capo? Mi sono reso conto che no, non ne ho voglia. Sicuramente il fatto di aver visto ogni puntata, al momento della messa in onda, almeno tre volte, influenza molto: praticamente lo so a memoria. Però io l'ho vissuto come un'esperienza, più che un telefilm, e le esperienze sono belle da ricordare perché finiscono. Aspetterò le scene inedite contenute nel dvd, e poi si vedrà. Forse una re-visione in lingua originale potrei farmela, o forse preferisco vedere qualcosa di nuovo. Ora come ora l'unico episodio che mi sentirei di rivedere è il terz'ultimo, quello con la 'morale' della storia (che sento molto vicina).
Non sento così vicino, invece, Fringe - stagione 2: fantastico Walter Bishop, grande universo narrativo, ma una puntata no e due sì gli episodi sono fiappetti e l'interesse sta tutto nel vedere come il fenomeno misterioso di turno verrà spiegato più o meno scientificamente. Il resto va ancora molto a rilento.
Ma allora non mi piace niente? No, mi piace molto Battlestar Galactica, tutti i giorni su Rai4 (canale di cui fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio). A volte appassionante, a volte noioso, a volte avventuroso, a volte intimista, a volte democratico, a volte repubblicano, a volte commedia, a volte softcore. C'é un po' di tutto nella cornice fantascientifica dell'astronave Galactica, e per ora il viaggio prosegue col vento in poppa.
A proposito di poppe e softcore, oramai pare che un telefilm non sia tale se non vi sono donne nude che fanno sesso. Tipo Tell me you love me, nel quale i personaggi, a dispetto del titolo, più che dirsi che si amano, si chiedono se hanno portato il preserva. Ora, lungi da me fare il bacchettone (tutt'altro!), ma un telefilm un pochino (non tanto) più romantico e meno ossessivo non è fattibile? O devo proprio darmi alle televonas tedesche di Mediaset (a proposito, ma quante ne sfornano 'sti teutoni)?


Fumetti:
Quando si hanno simili dubbi sentimentalistici, di solito, si hanno due opzioni: farsi prete o darsi all'illegalità. Per ora ho scelto la seconda strada. E va bene, lo confesso, a volte "prelevo" delle cose dalla rete, consapevole dei rischi (ma quali? Con due milioni - cifra a caso - di persone che scaricano, perché dovrebbero prendersela proprio con me? È un atteggiamento berlusconiano, lo so, ma nessuno è perfetto). A mia discolpa, innanzitutto, dico che non lucro su ciò che "prelevo", e poi, così facendo, ho potuto leggere cose che altrimenti avrei letto fra sessant'anni o giù di lì, vista la mia disponibilità finanziaria. Ad esempio La Lega degli Straordinari Gentlemen vol.2, con i soliti disegni da urlo di Kevin O'Neill e una trama alquanto superiore a quella dell'episodio precedente. Oppure Dante-La Commedia a fumetti del Marcello, finalmente apprezzata integralmente dopo le letture a spizzichi e bocconi sul Giornalino. O, ancora, roba più naif come Ranxerox di Tamburini e tutto Don Zauker (che, comunque, prima o poi comprerò; e anche voi, compratelo, è una lettura imprescindibile). E, infine, alcune cose altrettanto demenziali come Il Libro dei Coniglietti Suicidi di Andy Riley e il suo seguito (Il Ritorno dei Coniglietti Suicidi, ovviamente) e una storia disneyana finalmente divertente, le Cronache del Regno dei due laghi della coppia Faraci/Ziche. Menzione, poi, per le Cronache del Dopobomba di Bonvi e l'Horror Cico di Sclavi, dai quali, a dire il vero, mi aspettavo di più.
Non pensiate, però, che mi sia limitato a leggere a scrocco, ho anche effettuato regolari acquisti, anche se, ormai, questi si limitano fondamentalmente a Martin Mystère e Rat-Man. Certo, c'é stato Caravan, ormai terminato, che ho adorato ma che, come per Lost, non ho intenzione di riprendere in mano; c'é ancora il riuscitissimo Greystorm, il quale chiuderà i battenti fra non molto; ogni tanto mi capita ancora qualche Nathan Never, che ormai solo Vietti riesce a rinnovare, anche se pare che ultimamente Vigna stia ricominciando ad ingranare nella direzione giusta; rimaniamo sempre in attesa di questa fantomatica Guerra dei Mondi che dovrebbe cominciare - sarebbe ora - a Dicembre.
Ma tutti questi sono compagni occasionali: solo il Detective dell'Impossibile e il Ratto rimangono fedeli, benché a fatica. Rat-Man, per ora, è nel pieno di una saga di cui si capisce ancora poco e che, tolte le spassose rivisitazioni delle origini dei supereroi Marvel, colpisce meno che in passato. Martin Mystère, invece, pare essere davvero degno di nota (per me, s'intende) solo quando si lancia in operazioni bizzarre come quella dell'Almanacco dello scorso inverno, o come l'ultima in ordine di tempo, nello speciale ora in edicola: se la storia presenta elementi originali in grado di variare un po' la minestra, l'allegato è un'acquisto pressoché obbligatorio anche per i non appassionati, con due storie brevi ben riuscite e una terza, demenziale e assurda come non mai, nella quale viene indirettamente citato anche il sottoscritto (indirettamente, eh!). La qual cosa rappresenta certamente un valido motivo per comprare l'albo, a prescindere dai contenuti.
Infine, nota di merito per la scuola argentina, che già amavo per i suoi classici (L'Eternauta, Mort Cinder) e che amo ancora di più dopo aver letto, con modalità non propriamente irreprensibili (per ritornare a Canossa), alcuni lavori pubblicati in Italia su Skorpio negli ultimi vent'anni: un paio di Robin Wood didattico-visionari (I Borgia, Ulster) davvero appassionanti, una saga familiare triste di quelle che piacciono a me (Alle porte di un nuovo mondo) e una storia mitologica (Lo Ziggurat) che mi ha dato modo di conoscere e amare i disegni precisi ed evocativi di Quique Alcatena.
Per chiudere, due righe su un fumettaccio con la trasposizione di Raiders of lost ark e Devil: l'uomo senza paura di Miller e Romita Jr, con l'ennesima variante sulle origini del supereroe cecato.


E cecato lo diventerò di sicuro anch'io, se continuerò con queste abbuffate. Ma che volete, quando si hanno delle vite vuote bisogna occuparle con qualcosa: c'é chi si spaccia per massone e chi legge molto. Reato per reato, tanto vale approfittarne. Alla prossima!