venerdì 3 settembre 2010

La Bustina di Malerba. 6 : Come tagliare una /pɛska/

Apriamo con due novelle, una lieta e l'altra meno. La lieta è che, qui di appresso, s'iniziano gli inediti di questa rubrica, con le sue consuetudini di sempre: temi dedicati di volta in volta a ciò che mi passa per la mente quando sono in ritardo e non so cosa scrivere, e ispirati a fatti di vita personale; linguaggio semplice, nazional-popolare, ma non becero; settimanalità promessa ma non garantita. La novella meno lieta è che, qui di appresso, s'iniziano gli inediti di questa rubrica, con le consuetudini di sempre (le trovate nelle righe precedenti). Ebbene sì, le due novelle coincidono. Ma c'est la vie, così va la via: già, ma quale? via Cavour? via Cairoli? via Roma? via Zurbedda? Inutile porsi la domanda. Il mondo è un Tuttocittà, e quando ti serve qualcosa, non lo trovi mai.
Memento: la "Bustina di Malerba" prende il proprio nome dalla quantità di erba che sono solito fumarmi prima di cominciare un servizio.
A voi la palla. A giudicare dalla quantità di commenti ricevuti alle puntate precedenti, il termine è quanto mai appropriato.



COME TAGLIARE UNA /PƐSKA/

Tagliare una pesca è operazione che richiede pazienza, concentrazione, impegno, nozioni di architettura, mano da chirurgo e un pizzico di sacralità.
La /pɛska/ è antropomorfa, viene naturale umanizzarla: ha la "pelle", è dolce ma aspra, è piena di contenuti ma vuota, bada agli altri ma pensa solo a sé stessa. Si comporta come un essere umano, e, in quanto tale, esige essere trattata come un essere umano.
Quando facciamo la conoscenza di un individuo sino a poco prima mai preso in considerazione, ne tastiamo le caratteristiche. Ne saggiamo la sostanza: se dice cose intelligenti o idiozie; se dice idiozie per farci ridere o perché è stupido; se dice cose intelligenti perché le ha imparate a memoria o perché usa il cervello; se siamo d'accordo con quello che dice oppure no; se è vanaglorioso oppure se è umile; se è vigliacco o ardimentoso. Ne saggiamo la forma: ascoltiamo il tono della voce, l'inflessione regionale, il difetto di pronuncia, gli contiamo i nei, ci chiediamo è bello o brutto? è grasso o magro? ci faremmo l'amore o ci schifa?

Allo stesso modo, quando decidiamo di gustarci una pesca, ne tastiamo la consistenza: ne saggiamo forma e sostanza, allo stesso tempo. Se è dura, la scartiamo. Se è matura, la mangiamo. Ma se è troppo matura, la scartiamo di nuovo. Una persona impassibile, scorbutica, porta ad allontanarci dall'approfondire la chiacchierata. Al contrario, una persona tranquilla, aperta, induce anche noi ad aprirci. Ma una persona troppo aperta, sbracata, ci fa scappare di nuovo. Ancora una volta, la pesca come simbolo della variabilità dell'uomo.

Ma torniamo all'argomento della puntata odierna: il taglio della pesca. Chi scrive non possiede nemmeno uno dei prerequisiti elencati all'inizio: è ansiogeno, soffre di disturbo dell'attenzione, è pigro, considera Renzo Piano il marito della Loren (questo perché lo confonde sempre con Carlo Ponti), soffre di alzheimer precoce ed è solito invocare santi e meretrici, appellando le due ammirabili categorie con i peggiori improperi.
Pertanto Egli - che scrive di sé in terza persona, come Giulio Cesare - è solito tagliare il frutto romanista (o leccese, o messinese; le tonalità di giallo e rosso variano al variare delle varietà) a quadrangoli irregolari, a fette ellissoidali, oblunghe, con squarci sempre e inopinatamente scaleni. Le conseguenze, lascio immaginare, sono prevedibili: pezzi di polpa che schizzano come saponette, tovaglie e vestiti inzaccherati, bagni di succo saccarinoso, sbrodolamenti da far impallidire i più scapestrati neonati.
È la scalenità dell'essere umano-in-quanto-essere-umano, l'obolo da pagare ad ogni nuova venuta al mondo; l'uomo è imperfetto, al massimo pochi individui riescono ad avvicinarsi all'Ideale della Perfezione, ma la maggioranza non la sfiora nemmeno con il pensiero. Parallelamente, le poche personalità che, con mano ferma, sono in grado di tagliare la pesca senza insudiciarsi completamente, toccano, anche solo per un istante, la Vetta dell'Infinito.
E gli altri? Possono sognare anche loro: quando trovano una pesca succosa e dolce, trovano il frutto più buono che esista. Trovano un amico, e un tesoro. Ma prima si devono sorbire mille pesche acide, il peggior frutto che esista.

(2010)

2 commenti:

pippo ha detto...

ah ah!...
devo dire che mi trovo nella tua stessa situazione quando devo tagliare una pesca, e la cosa è talmente drammatica che spesso appunto evito di mangiarmela (devo resistere parecchio, è vero), proprio per evitare di doverla sbucciare!...
quindi rifiuto una peska perchè la vedo poco aperta e collaborativa, e mi induce alla fuga...
eppure non dovrei farlo, perchè sono gli stessi motivi per cui molta gente rifiuta me!...;)

MaxBrody ha detto...

Se è poco collaborativa, insisti! Ma non evitare di mangiarla, piuttosto fatti un bagno al succo di pesca :P
Se però ti manda a quel paese, demordi pure.